Auschwitz si raggiunge con il pullman da Cracovia: 50 minuti di viaggio durante il quale viene proiettato un filmato sulla liberazione del campo avvenuta il 27 gennaio 1945 per opera dell’Armata Rossa.
Immagini già viste, alcune inedite, che ti preparano a quanto vedrai dopo. Impossibile guardare ogni singola scena, dal finestrino
volto lo sguardo ai campi e al cielo di una splendida giornata di sole, perché le atrocità trasmesse sono in alcuni momenti veramente
insopportabili.
Una guida ci aspetta: varchiamo il famigerato cancello dove la scritta “Arbeit Macht Frei” sovrasta ancora incontrastata.
Da questa porta i detenuti si recavano e facevano ritorno dal lavoro massacrante di tutti i giorni.
La guida ci conduce per i viali che costeggiano le costruzioni adibite ad uffici e residenze delle SS. che ora ospitano il museo. Ci spiega che il campo fu fondato nel 1940 per i prigionieri politici polacchi, successivamente i nazisti cominciarono a deportarvi gente da tutta Europa, principalmente ebrei, ma anche prigionieri bellici sovietici e zingari, cechi, jugoslavi, francesi, austriaci, italiani.
All’arrivo erano confiscati i vestiti e qualsiasi effetto personale, si rasava loro i capelli e li sottoponevano alla disinfestazione.
Si tatuavano per identificarli. Auschwitz era l’unico campo di concentramento nazista dove i numeri di matricola dei prigionieri venivano tatuati. Nel 1942 si rese necessaria la costruzione di un campo di sterminio chiamato in seguito Auschwitz II Birkenau a 3 km di distanza, collocando le 300 baracche in prossimità di fonderie, miniere, e fabbriche che sfruttavo il lavoro dei detenuti.
Le condizioni proibitive, le malattie e la denutrizione decimavano gli internati. I più deboli erano portati nelle camere a gas e sottoposti alle docce con il venefico gas Ziklon B. Circa un 1.400.000 persone furono sterminate, per il 90% ebrei.
Le punizioni che precedevano l’inevitabile camera a gas erano atroci. Legati ad un palo o confinati in stanze dove si poteva stare a malapena in piedi, senza cibo o acqua. Si poteva essere puniti per tutto, per lavorare troppo lentamente, per essersi tolto un dente d’oro
da barattare per un pezzo di pane, per aver sbrigato un bisogno fisiologico durante il lavoro.
Nonostante la sorveglianza costante delle SS e del famigerato Sonderkommand, “squadre speciali “ di prigionieri che dovevano
far funzionare le camere a gas, alcuni detenuti riuscirono ad organizzare l’unica rivolta mai tentata all’interno di un campo di sterminio e
distruggere il forno crematorio n. 4. La guida ci suggerisce di vedere il film “ La zona grigia” di Tim Blake Nelson” che riproduce molto fedelmente sia il campo che la storia di quella rivolta. Visitiamo le baracche e l’interno di una costruzione adibita a forno crematorio.
Durante la visita al museo la guida ci informa che per tutto il percorso non dirà più una parola: “Quello che vedrete non ha bisogno di commento”, ci dice.
Sfiliamo quindi in silenzio davanti a vetrate che mostrano migliaia di oggetti di tutti i tipi sequestrati ai deportati. Montagne di scarpe, occhiali, rasoi, pettini, forbici, valigie e montagne di capelli. Le torri dei forni crematori e il binario che termina la sua corsa di morte nel nulla sono ancora lì, e ancora in fila le baracche.
Ci portano in cima ad una Torre, guardo di sotto ancora stordita, ma con la sensazione che quel pugno allo stomaco dell’impatto iniziale sia ancora lì, a lasciarmi senza respiro.
La domanda, sempre la stessa, continua senza sosta e senza risposta: “Perché?”
Mi avvicino ad alcuni ragazzi di una scolaresca e finalmente trovo un attimo di conforto. Nei loro occhi attenti, indignati, vedo la speranza: finché ci sarà qualcuno che cerca di capire, che proverà disprezzo e rabbia, finché non si dimenticherà forse si potrà pensare di costruire un mondo migliore.
Solo non smettendo mai di indignarci, riusciremo a rendere quest’infamia impossibile a ripetersi.
Rendiamolo impossibile, cercando di non dimenticare.
Auschwitz, 8 dicembre 2006



Nessun commento:
Posta un commento