giovedì 27 gennaio 2011

Diario di un viaggio nella Memoria

Auschwitz si raggiunge con il pullman da Cracovia: 50 minuti di viaggio durante il quale viene proiettato un filmato sulla liberazione del campo avvenuta il 27 gennaio 1945 per opera dell’Armata Rossa.
Immagini già viste, alcune inedite, che ti preparano a quanto vedrai dopo. Impossibile guardare ogni singola scena, dal finestrino
volto lo sguardo ai campi e al cielo di una splendida giornata di sole, perché le atrocità trasmesse sono in alcuni momenti veramente
insopportabili.
Una guida ci aspetta: varchiamo il famigerato cancello dove la scritta “Arbeit Macht Frei” sovrasta ancora incontrastata.
Da questa porta i detenuti si recavano e facevano ritorno dal lavoro massacrante di tutti i giorni.
La guida ci conduce per i viali che costeggiano le costruzioni adibite ad uffici e residenze delle SS. che ora ospitano il museo. Ci spiega che il campo fu fondato nel 1940 per i prigionieri politici polacchi, successivamente i nazisti cominciarono a deportarvi gente da tutta Europa, principalmente ebrei, ma anche prigionieri bellici sovietici e zingari, cechi, jugoslavi, francesi, austriaci, italiani.
All’arrivo erano confiscati i vestiti e qualsiasi effetto personale, si rasava loro i capelli e li sottoponevano alla disinfestazione.
Si tatuavano per identificarli. Auschwitz era l’unico campo di concentramento nazista dove i numeri di matricola dei prigionieri venivano tatuati. Nel 1942 si rese necessaria la costruzione di un campo di sterminio chiamato in seguito Auschwitz II Birkenau a 3 km di distanza, collocando le 300 baracche in prossimità di fonderie, miniere, e fabbriche che sfruttavo il lavoro dei detenuti.
Le condizioni proibitive, le malattie e la denutrizione decimavano gli internati. I più deboli erano portati nelle camere a gas e sottoposti alle docce con il venefico gas Ziklon B. Circa un 1.400.000 persone furono sterminate, per il 90% ebrei.
Le punizioni che precedevano l’inevitabile camera a gas erano atroci. Legati ad un palo o confinati in stanze dove si poteva stare a malapena in piedi, senza cibo o acqua. Si poteva essere puniti per tutto, per lavorare troppo lentamente, per essersi tolto un dente d’oro
da barattare per un pezzo di pane, per aver sbrigato un bisogno fisiologico durante il lavoro.
Nonostante la sorveglianza costante delle SS e del famigerato Sonderkommand, “squadre speciali “ di prigionieri che dovevano
far funzionare le camere a gas, alcuni detenuti riuscirono ad organizzare l’unica rivolta mai tentata all’interno di un campo di sterminio e
distruggere il forno crematorio n. 4. La guida ci suggerisce di vedere il film “ La zona grigia” di Tim Blake Nelson” che riproduce molto fedelmente sia il campo che la storia di quella rivolta. Visitiamo le baracche e l’interno di una costruzione adibita a forno crematorio.
Durante la visita al museo la guida ci informa che per tutto il percorso non dirà più una parola: “Quello che vedrete non ha bisogno di commento”, ci dice.
Sfiliamo quindi in silenzio davanti a vetrate che mostrano migliaia di oggetti di tutti i tipi sequestrati ai deportati. Montagne di scarpe, occhiali, rasoi, pettini, forbici, valigie e montagne di capelli. Le torri dei forni crematori e il binario che termina la sua corsa di morte nel nulla sono ancora lì, e ancora in fila le baracche.
Ci portano in cima ad una Torre, guardo di sotto ancora stordita, ma con la sensazione che quel pugno allo stomaco dell’impatto iniziale sia ancora lì, a lasciarmi senza respiro.
La domanda, sempre la stessa, continua senza sosta e senza risposta: “Perché?”
Mi avvicino ad alcuni ragazzi di una scolaresca e finalmente trovo un attimo di conforto. Nei loro occhi attenti, indignati, vedo la speranza: finché ci sarà qualcuno che cerca di capire, che proverà disprezzo e rabbia, finché non si dimenticherà forse si potrà pensare di costruire un mondo migliore.
Solo non smettendo mai di indignarci, riusciremo a rendere quest’infamia impossibile a ripetersi.
Rendiamolo impossibile, cercando di non dimenticare.

Auschwitz, 8 dicembre 2006


BALLATA DELLE MADRI

BALLATA DELLE MADRI
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
Pier Paolo Pasolini
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TI AUGURO TEMPO

TI AUGURO TEMPO

Non ti auguro un dono qualsiasi.   
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.   
Ti auguro tempo per divertirti e per ridere.
Ti auguro tempo per il tuo Fare e il tuo Pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo perché te ne resti,   
tempo per stupirti e tempo per fidarti   
e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.   
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.   
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno ogni tua ora come un dono.   
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo,   
tempo per la vita.

(Poesia indiana)
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domenica 16 gennaio 2011

EDITH HOLDEN: il diario di una signora di campagna inglese del primo '900

Edith Holden, una signora inglese del primo Novecento
Questo diario è stato trovato, negli anni’70 del secolo scorso, in una casa borghese di campagna nel Warwickshire. L’autrice è una sensibile disegnatrice di 35 anni dall’animo poetico, esperta naturalista, insegnante d’arte che, per colmare le  sue giornate solitarie, si aggira a piedi o in bicicletta per la campagna, osservando ogni minimo cambiamento della natura. Ogni giorno sul suo quaderno annota ciò che vede, disegna uccellini, farfalle, amenti e fiori, a seconda della stagione; qualche volta cita poesie o detti.
Non parla mai di sè.
La prima pagina inizia con una poesia di Byron:
Sulle rupi sedersi e ai torrenti / e agli abissi pensando, lentamente…”
Di Gennaio dice che il mese prende il nome dal dio romano Giano, rappresentato con due facce rivolte in direzioni opposte: l’una guarda all’indietro, verso l’anno trascorso, l’altra in avanti, verso quello che inizia. Disegna e dipinge ad acquerello alcune cinciallegre, una gallinella d’acqua, le foglie morte della quercia e dell’olmo.
Giorno dopo giorno si dipana la sua vita  che, a stretto a contatto con la natura, sembra serena.
Inizia Febbraio con alcuni versi di Wordsworth:
C’è un albero di tasso orgoglio di Lorton Vale,/…….solitario, avvolto dalla propria oscurità;…..Albero solitario, enorme, di così profonda / malinconia!
Del 12 febbraio 1906 ( esattamente 104 anni fa!) scrive:
Oggi sono andata di nuovo al bosco delle viole; …Il terreno nel bosco è coperto di giovani pianticelle di ranuncolino muschiato. Sulla strada di casa ho raccolto alcuni fiori di ginestrone…”
E così tra note, versi e disegni bellissimi si arriva al 31 dicembre, senza scoprire nulla di lei.
Edito nel 1979 questo diario è stato stampato riproducendo in ogni pagina la scrittura e i disegni originali. E’ stato anche fedelmente riprodotto l’invecchiamento della carta.
E’ un libro unico, un gioiello.
Lo apro spesso per guardare i disegni e per confrontare le date della mia vita con la sua, soprattutto per sapere, attraverso  i suoi appunti e acquerelli,  che la  Natura è viva, sempre, anche nel freddo dell’inverno.
                                                   
 Edith annegò nel Tamigi nel 1920 vicino a Kew Gardens, sembra per aver cercato di raggiungere un ramo di gemme di castagno.

ARGENTINA ALTOBELLI: la campagna nel cuore

Argentina Altobelli è una delle più splendide figure femminili che siano esistite tra Ottocento e Novecento. Nata a Imola nel 1866, morì a Roma nel 1942. Dirigente socialista con Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fondò il sindacato dei lavoratori agricoli e anticipò le battaglie per l’emancipazione delle donne. Fu segretaria nazionale della Federterra dal 1905 al 1922 quando i gerarchi fascisti la fecero allontanare da Bologna dove aveva sede l’organizzazione sindacale. Qualche tempo dopo, Mussolini, che l’aveva conosciuta personalmente in gioventù, la fece chiamare per proporle di dirigere il sindacato agricolo fascista. Ma lei oppose un netto rifiuto e preferì affrontare nella miseria gli anni che le restavano da vivere.

Il suo primo impegno nel sindacato fu rivolto alla difesa dei diritti delle mondariso e dei giornalieri avventizi, le due categorie più umili dei lavoratori della terra, “le formiche erranti più numerose – per usare una espressione a lei cara – che non hanno mai la sicurezza del pane”. Argentina Altobelli era profondamente convinta che per avanzare sulla strada delle conquiste sociali e politiche bisognava coinvolgere nelle lotte anche le donne, occupandosi prima di tutto dei loro problemi. Da qui la costante attenzione alla difesa dei diritti civili dei contadini e dei loro figli, dalla casa ai servizi sociali e all’istruzione, e l’impegno costante per ottenere già in quegli anni una legge che permettesse il divorzio.

Partendo dall’originario nucleo bracciantile padano, la dirigente sindacale guardò sempre con grande attenzione al Mezzogiorno, organizzando convegni sui temi dell’emigrazione interna e della colonizzazione in Sardegna e in Basilicata e iniziative di lotta contro la disoccupazione in Puglia, Calabria e Sicilia. Nel 1908 si precipitò a Messina per partecipare alle attività di soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto e per questa sua azione ottenne una menzione speciale da parte del governo. Nel 1915 organizzò nei locali di Roma della Cassa Nazionale Infortuni (l’Inps attuale), che lei aveva contribuito a fondare, una clinica di fortuna per accogliere ed assistere una parte dei feriti nel terremoto della Marsica.

Intensificandosi i fenomeni migratori prima verso l’Argentina e poi verso gli Stati Uniti, fu la Federterra, più di ogni altro sindacato di categoria, a svolgere una funzione di tutela e di assistenza a favore degli emigranti, persino con accordi di sindacalizzazione coi paesi di arrivo.


***

La nascita e il radicamento dell’organizzazione sindacale nelle campagne italiane s’inserivano nel più vasto e grandioso moto di emancipazione delle masse contadine in Europa, in America e in Australia. E come avvenne in Italia, anche in altri paesi e regioni, dal Canada alla Danimarca fino all’Andalusia, questo processo fu guidato essenzialmente dai socialisti.

E’ stato, dunque, per primo il movimento socialista a far sì che i contadini rompessero le proprie catene non più attraverso la jacquerie, come era avvenuto nei secoli precedenti da Spartaco fino al brigantaggio post unitario, ma organizzandosi in moderne strutture partecipative. In Canada, il partito della “Nuova Democrazia”, aderente all’Internazionale Socialista, nacque come partito delle cooperative rurali. In Danimarca, il tessuto cooperativistico, che tuttora caratterizza la totalità del settore agroalimentare danese e ne fa il tratto fondamentale della sua forza economica, è opera dell’impegno che profuse già negli ultimi decenni dell’Ottocento il partito socialdemocratico di quel paese.

Anche in Italia, le origini del movimento socialista furono rurali e l’impegno di questa forza politica si espresse non solo nel campo cooperativistico e nella gestione degli enti locali, ma soprattutto nella costruzione di un ramificato tessuto sindacale nelle campagne. Quel processo di sindacalizzazione era l’esito non solo e non tanto delle lotte per i miglioramenti salariali e di orario, ma soprattutto delle iniziative per strutturare il collocamento. La Federterra ambiva, in sostanza, ad esercitare una sorta di monopolio nel collocamento della manodopera, obiettivo che le avrebbe consentito di detenere le chiavi del mercato del lavoro. Argentina Altobelli considerava, infatti, la disciplina del collocamento l’elemento determinante della strategia sindacale, anzi “la salvaguardia di ogni conquista”.

La costruzione del sindacato agricolo era, dunque, tutt’uno con la nascita e lo sviluppo dei servizi attraverso i quali passava il flusso di manodopera e della pratica di imporre al datore di lavoro l’assunzione di coloro che man mano venivano scelti sulla base di una graduatoria precedentemente stilata. E’ da queste esperienze maturate nei primi decenni del Novecento nelle campagne italiane che nacquero il principio della richiesta numerica, l’organizzazione delle strutture del collocamento e le forme di tutela previdenziale, su cui si esercitò nel secondo dopoguerra l’azione riformista nelle campagne.

Si trattava, in definitiva, di un sindacalismo fortemente e meticolosamente strutturato e istituzionalizzato: più dell’azione di controllare il salario, il problema fondamentale era quello di ripartire le scarse occasioni di lavoro. Il modello era per certi versi analogo a quello che in altri paesi, e solo in parte in Italia, si sviluppava sul terreno economico del mercato dei prodotti agricoli, mediante la costruzione di una estesa rete associativa dei produttori, volta a controllare tutto lo spazio entro cui si realizzavano e si realizzano lo scambio delle materie prime e le fasi della trasformazione e commercializzazione degli alimenti.

Sia sul versante del lavoro e dei diritti civili che su quello dei prodotti agricoli, settori importanti del movimento socialista del primo Novecento anticipavano contenuti e strumenti dello Stato sociale, del protezionismo agricolo e delle condizioni civili e sociali, dalla casa al diritto di famiglia e al divorzio, che sarebbero diventati oggetto di importanti riforme, conquistate con l’iniziativa di massa nel secondo dopoguerra.


***

Ricordare Argentina Altobelli e gli albori del sindacalismo agricolo deve indurre a riflettere su quanto avviene oggi nelle campagne italiane alle prese con la globalizzazione e le crisi economica, climatica ed energetica: si è in presenza di gravissimi problemi di disorganizzazione nelle filiere produttive, nel mercato dei prodotti agricoli e nei sistemi territoriali e di una debolezza cronica del potere contrattuale dei produttori. A questi fenomeni, negli ultimi tempi, sono venuti ad aggiungersi lo sfruttamento degli immigrati, a volte anche nelle forme raccapriccianti dello schiavismo, che non permette di cogliere le opportunità derivanti dai flussi migratori su scala planetaria, e il fenomeno dell’antagonismo miope e devastante tra modelli culturali agricoli, che impedisce un loro reciproco rafforzamento mediante l’interazione virtuosa nell’ambito dello sviluppo territoriale.

Ma a questo punto non si può eludere una domanda che sorge spontanea: perché agli inizi del secolo scorso la creazione di una grande rete protettiva nelle campagne, fortemente istituzionalizzata nelle relazioni contrattuali, nei servizi di collocamento e nell’organizzazione e valorizzazione dei prodotti agricoli, ebbe una grande funzione di sviluppo civile e culturale e accompagnò la nascita e l’espansione del riformismo socialista; mentre oggi siamo in presenza di un sindacalismo che, per certi versi, è parte esso stesso della crisi dell’agricoltura e dei territori rurali?

La risposta non è semplice e non può non partire da una riflessione seria sulle modalità con cui le organizzazioni sindacali e professionali hanno gestito, dagli anni Settanta in poi, le conquiste dello Stato sociale e della politica agricola comune (PAC). Anziché utilizzare i successi per creare trasparenza nel mercato, riduzione delle iniquità, riconoscimento di capacità e meriti delle persone, delle imprese e delle realtà associative, le organizzazioni hanno preferito orientare le normative ei flussi di risorse pubbliche, spesso distorcendone le finalità, per alimentare le proprie strutture a prescindere dai reali benefici per i propri associati e per la collettività.

Che altro senso può avere che l’Europa continui ad erogare forme di sostegno al reddito agricolo in una visione assistenzialistica e corporativa e mai come legittimo e misurabile corrispettivo di un bene pubblico indipendentemente dalla condizione professionale di chi lo produce? Che altro può significare che ancora oggi l’INPS continui a riconoscere l’indennità di disoccupazione a chi dichiara di aver lavorato in agricoltura per 51 giornate in un anno - soglia minima che si riduce addirittura a quattro giornate nelle annate in cui si verificano condizioni di maltempo - quando è a tutti noto che la maggior parte dei cosiddetti “cinquantunisti” non ha nulla a che vedere con l’attività agricola?

Eppure si tratta di enormi risorse che, anziché continuare a produrre ingiustizie e iniquità, potrebbero essere orientate verso ben più giustificabili obiettivi: generare beni pubblici, come il paesaggio agrario e la biodiversità; perseguire lo sviluppo rurale; rafforzare gli strumenti e i servizi che accrescono il potere contrattuale dei produttori nel mercato; integrare gli immigrati nelle aree a rischio di spopolamento, dotandoli di competenze, terra, credito agevolato e servizi civili.

Per cogliere lo spirito originario della costruzione delle reti sociali, civili ed economiche, che ha pervaso l’impegno politico e sindacale di figure come Argentina Altobelli e del movimento socialista a cavallo tra Ottocento e Novecento, e così creare effettive opportunità di crescita e tutele diffuse, le forze politiche e sociali che intendono ereditare quella nobile tradizione devono saper intercettare le aspettative di libertà degli individui e di tenuta solidale delle comunità, riconoscendo il merito, la fiducia, la reciprocità e la responsabilità come i nuovi ingredienti dell’eguaglianza, valorizzando l’iniziativa di singoli e di associazioni per il bene comune e concependo la soddisfazione di un bisogno primario non più come un atto assistenziale ma un’opportunità di sviluppo.

Si tratta, in sostanza, di combattere a viso aperto le pretese corporative e i privilegi degli insiders e di quelle burocrazie sindacali che su di essi si alimentano in modo autoreferenziale e, al tempo stesso, di riconoscere i meriti, i comportamenti che producono fiducia e responsabilità, le pratiche di mutuo aiuto e di reciprocità, il valore delle pari opportunità per i giovani e per le donne, nonché i bisogni dei soggetti più deboli, verso cui orientare non più misure assistenziali derivanti da politiche redistribuitive sempre più residuali, ma azioni di sviluppo, che facciano leva sulla valorizzazione di capitale umano, conoscenza, beni relazionali e risorse territoriali.

Lentamente muore

Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

(P. Neruda-Martha Medeiros)

lunedì 10 gennaio 2011

Storia di IQBAL


E' uno dei tanti bambini che tessono tappeti in Pakistan; le loro piccole mani sono abili e veloci, i loro salari ridicoli, e poi i bambini non protestano e possono essere puniti più facilmente.
Un giorno del 1992 Iqbal e altri bambini escono di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla celebrazione della giornata della libertà organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (BLLF).
Forse per la prima volta Iqbal sente parlare di diritti e dei bambini che vivono in condizione di schiavitù. Proprio come lui. Spontaneamente decide di raccontare la sua storia: il suo improvvisato discorso fa scalpore e nei giorni successivi viene pubblicato dai giornali locali. Iqbal decide anche che non vuole tornare a lavorare in fabbrica e un avvocato del BLLF lo aiuta a preparare una lettera di "dimissioni" da presentare al suo ex padrone.

Durante la manifestazione Iqbal conosce Eshan Ullah Khan, leader del BLLF, il sindacalista che rappresenterà la sua guida verso una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini. Così Iqbal comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini lavoratori nei convegni, prima nei paesi asiatici, poi a Stoccolma e a Boston: «Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo».
Iqbal ricomincia a studiare senza interrompere il suo impegno di piccolo sindacalista. Ma la storia della sua libertà è breve. Il 16 aprile 1995 gli sparano a bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale Muridke, con i suoi cugini Liaqat e Faryad. «Un complotto della mafia dei tappeti» dirà Ullah Khan subito dopo il suo assassinio.

Qualcuno si era sentito minacciato dall'attivismo di Iqbal, la polizia fu accusata di collusione con gli assassini. Di fatto molti dettagli di quella tragica domenica sono rimasti poco chiari.
Con i 15 mila dollari del Premio Reebok per la Gioventù in Azione ricevuti nel dicembre '94 a Boston, Iqbal voleva costruire una scuola perché i bambini schiavi potessero ricominciare a studiare...
L'attività iniziata da Iqbal è stata raccolta da Craig Kielburger e con l'aiuto del fratello maggiore Marc Kielburger, ha deciso di impegnare la propria vita alla stessa causa, nel 1995 ha fondato l'associazione Free the Children.

Filmografia
La sua morte ebbe una forte eco in tutto il mondo. In Italia nel 1998 la regista Cinzia Torrini realizzò il film Storia di Iqbal.

http://www.youtube.com/watch?v=nab11bGOjnI

sabato 8 gennaio 2011

TINA MODOTTI

EMIGRANTE, OPERAIA, ATTRICE, FOTOGRAFA NEL MESSICO DEGLI ANNI VENTI, ANTIFASCISTA, MILITANTE NEL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE, PERSEGUITATA ED ESULE POLITICA, GARIBALDINA DI SPAGNA.

Nata a Udine il 17 agosto 1896 e deceduta a Città del Messico il 5 gennaio 1942.
Dopo l'improvvisa scomparsa, il riconoscimento della personalità umana, artistica e politica di Tina Modotti fu quasi immediato e per alcuni anni la sua vita e la sua opera restarono vive in buona parte dell'America latina. Poi cadde l'oblio, lungo di almeno trent'anni. Inquietanti cause di questo silenzio/rifiuto si possono trovare nel mondo reazionario, nel provincialismo, nel dilagante moralismo di questo secolo, contrari alla valorizzazione di una donna libera e inserita nel grande filone della cultura laica.
L'opera di Tina, che si trova in buona parte negli Stati Uniti, venne tenuta nascosta nei cassetti dei Dipartimenti di fotografia per la nefasta influenza del maccartismo che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un'artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale.
Anche la Sinistra storica non è esente da disattenzioni nei riguardi di questa friulana d'eccezione.
Oggi sappiamo che non esiste un artista di qualità e un militante di valore, come Tina Modotti, che sia stato trascurato per così lungo tempo dagli storici della fotografia e dalla storiografia politica. Tutto ciò è avvenuto nonostante le novità e il fascino che caratterizzano la sua avventura umana:la sua complessa esistenza appare, con il solo raccontarla, un romanzo.

Quando sarai vecchia

WHEN YOU ARE OLD AND GRAY....
When you are old and gray and full of sleep,
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once and of their shadow deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true;
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face.
And lean down beside the glowing bars
Murmur, a little sadly, how love fled
And paced upon the mountains overhead,
And hid his face amid a crowd of stars.

                                                                                     William Butler YEATS

QUANDO SARAI VECCHIA.....

Quando sarai vecchia e grigia e insonnolita
E stanca vicino al fuoco prenderai questo libro
E lentamente leggerai e sognerai il dolce sguardo
Che un tempo avevano i tuoi occhi, e le loro ombre profonde
Quanti amarono i tuoi momenti di gioiosa grazia
E adorarono la tua bellezza di un amore falso o sincero
Ma un uomo amò la tua anima vagabonda
E le pene che i mutamenti del tuo viso velavano.
E chinandoti vicino ai tizzoni ardenti
Sussrrerai un po’ triste di come l’amore sia fuggito
E sia volato su quelle montagne laggiù
E nasconda il suo volto fra una miriade di stelle..